I miei auguri

Alla fine di un anno complesso, composito, contraddittorio eppure ricchissimo di spunti di riflessione e di simboli da decodificare e ritrasformare in linguaggio, sarebbe bello poter fare un bilancio ma temo che sia impossibile per la vastità di eventi sociali, culturali e politici che ci hanno travolti, e per l’irriducibilità di tale esperienza a un unicum testuale e concettuale. Irriducibilità che ci stravolge, ci terrorizza, è orribile e stupefacente allo stesso tempo.

Con i versi credo che sia possibile comporre un augurio che augura la sterminata possibilità del domandare anziché dell’atto assertivo del rispondere, un augurio che non dicendo alcunché di puntuale può contenere ogni grazia (e ogni “malagrazia”, citando l’amica poetessa Margherita Ingoglia, che di questi tempi, forse, è più auspicabile di ciò che retoricamente è ritenuto il bene).

 

Con la poesia, si possono (e si devono) scardinare le condizioni sociali scioccamente asfittiche.

Così, Julio Cortazar:

 

“(…) Basterebbe un appena, un non voglio,

per cominciare in altro modo il giorno,

bollir la radio-tele con patate

e a ogni bambino dargli un coccodrillo

che puzzi di paura poi a scuola,

estrarre i morti perché prendano aria,

metter le mitre nella maionese,

attività sovversive, sì, è chiaro,

però ci sono altre cose: fucili

corrono sui sentieri, Sudamerica

cresce nelle foreste verso strane aurore,

da tanto riso lavato col sangue

nascerà un altro modo d’esser uomini.

Non citerò che appena queste cose,

traggo dalle caselle solo quanti

credono ancora nella poesia

incasellata nel vocabolario

pieno di compromessi con l’astratto (…).”

 

E ancora, un duro e tagliente Franco Fortini contro i finti perbenismi e il progressismo modaiolo:

 

“(…) Ma ancora oggi la vendetta è al poeta

più dolce del vino e della dimenticanza.

E per farvi crepare, ottimisti,

oh colarvi dentro tanto cemento

quanto basti per un monumento

alla Salubrità del Popoli Progressisti”.

 

Si continua con i versi polemici ed eroticamente vitalistici di Anne Sexton che rivendica la radicalità dell’essere donna, oggi più che mai attuale alla luce dei fatti di cronaca nera:

 

“Ero stanca di essere donna,

stanca di pentole e cucchiai,

stanca di bocca e seni,

stanca di cosmetici e sete.

C’erano ancora uomini alla mia mensa,

seduti in cerchio attorno alla coppa dell’offerta.

La coppa era piena d’uva nera

e le mosche ci ronzavano attorno

attratte dall’odore,

e venne anche mio padre

in candida erezione.

Ma io ero stanca del sesso delle cose.

(…) O figlie di Gerusalemme

il re mi ha condotto nella sua stanza.

Nera è bello.

Sono stata aperta e spogliata,

non ho braccia né gambe.

Sono in un’unica pelle

Come un pesce.

Non sono più donna

Di quanto Cristo fu un uomo”.

 

Immancabili, Gli strumenti umani di Vittorio Sereni a ricordare l’umanità che resiste, seppur con dolore e sgomento, alle guerre, all’inerzia etica, alla volgarità delle cose e alla cecità di certe convenzioni:

 

“(…) Nasce invece una pena senza pianto

Né oggetto, che una luce

Per sé di verità da sé presume

  • E appena è un bianco giorno e mite di fine inverno.

 

Che spero io più smarrito tra le cose.

Troppe ceneri sparge attorno a sé la noia,

la gioia quando c’è basta a sen sola”.

 

E si conclude questo breve e non esaustivo excursus di auguri attraverso i versi con una poesia di Marina Cvetaeva sul ruolo del poeta nella società, ancora vivo come auspicio, promessa, provocazione rivolta a tutti noi poeti, critici, lettori, donne e uomini di questo mondo:

 

“Il poeta – da lontano conduce la parola.

Il poeta – lontano lo conduce la parola.

 

Per pianeti, per segni, per fossati

di parabole indirette… Tra il sì e il no

egli, perfino volando giù da un campanile,

troverà un gancio… Poiché la via delle comete –

 

è la via dei poeti. Gli anelli scompigliati

della causalità – ecco il suo nesso! Disperatevi –

con la fronte in alto! Le eclissi dei poeti

non sono previste dal calendario.

 

Egli è colui che confonde le carte,

inganna il peso e il conto,

è colui che domanda dal banco,

che sbaraglia Kant,

 

che sta nella bara pietrosa della Bastiglia

come un albero nella sua bellezza.

Colui le cui tracce – sono sempre svanite,

quel treno al quale tutti

arrivano in ritardo…

– poiché la via delle comete

 

è la via dei poeti: bruciando e non scaldando,

strappando e non coltivando – esplosione e scasso, –

il tuo sentiero, tortuoso e chiomato,

non è previsto dal calendario!”.

 

Pubblicato da Gisella Blanco

Poetessa, giurista, animalista ed estremamente gattofila, buddista, anticlericale e tantissimi altri difetti!

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