Nonostante l’incoerenza del mezzo (i social) e il loro eccesso distorsivo e bulimico di informazioni e intenzioni, in una strana giornata di agosto mi preme sottolineare la ancora troppo forte incidenza di quell’abuso di potere (ancora non giuridicamente rilevante, almeno non sempre) che è il continuo, reiterato habitus con cui gli uomini (sopratutto quelli che da posizione professionale o occasionale, cioè de facto, se ne sentono autorizzati, con una naturalezza sconcertante) si pongono alle donne, soprattutto (ma non solo) se più giovani, queste ultime, e in una condizione percepita (o imposta) di soggiacenza, “minoranza”, disuguaglianza.
Prima (e alla base) dei reati, denunciati e perseguibili legalmente o meno, c’è un malcostume insito nel comportamento maschile, una sicurezza innata di “poterlo fare” per natura (per natura?!), un menefreghismo congenito che è sprezzo di una parità percepita come posticcia, perfino superflua, un lusso, un vezzo che ha un costo.
E se qualcuno non lo fa e sfugge a questo modo di essere, o se qualcuna fa allo stesso modo degli uomini (non è che le donne siano, siamo migliori, abbiamo posizioni socio antropologiche diverse e quindi articoliamo i nostri disvalori in base alle nostre specifiche tecniche), ciò non vuol dire che il fenomeno non esista.
Il mondo dell’editoria, del giornalismo, della letteratura e della poesia (!) sono stracolmi di tali situazioni, quotidiane quanto insopportabili, e nulla vale a smentire tale situazione, nemmeno il fatto che molte donne, oggi, hanno ruoli di rilevanza o anche apicali in tali contesti.
Gli uomini continuano, da un lato, a dire alle donne cosa devono fare, come devono farlo, a dare per scontato ogni sforzo e ogni professionalità e a considerare come normali ingerenze su vita privata e condizioni personali femminili.
E le battute, cioè le battutacce, dagli ospedali agli uffici pubblici, alle scuole e agli studi legali (per fare solo esempi di vita vissuta, io che non lesino risposte e reazioni opportune, senza paura) sono così “naturali” da porre la questione di coscienza – per assurdo – solo a chi le riceve, creando anche quella sfiducia reciproca tra donne stesse che, di certo, non fa bene a nessuno.
Si tratta di un malcostume atavico, che lego al genere maschile per tutta quella serie di ragioni fisiche, culturali, occasionali e, in ultimo, d’indole, che meglio di me filosofi e antropologi studiano da tanto tempo, ma che non risparmia, appunto, nemmeno alcune donne.
Il punto rimane sempre lo stesso: non lasciare passare questi fatti, dal più piccolo al più grande (ma farlo dal vivo, nei casi specifici, possibilmente non – o non soltanto -con i social) affinché si smonti l’idea di rimanere costantemente impuniti e che quindi, sotto sotto, sia tutto legittimo.